19 maggio 2011: la nascita di Marco!

Arrivo in ospedale alle 15.30, alle 16.46 Marco nasce.
Qualche urlo questa volta lo lancio, contorcendomi sul letto in sala parto, e scaccio malamente la mano di mio marito Mirko, perché il caldo è soffocante.
Al diavolo la camicia da notte bianca scelta per l’evento, la stessa usata per la nascita di Fabio. Via alla svelta la tuta con cui sono arrivata, neanche mi accorgo di dove va a finire. Meno male che due settimane fa sono andata dalla parrucchiera, almeno la chioma sconvolta tornerà a posto in fretta.
A casa le contrazioni mi sembravano più sopportabili e per questo ho indugiato un po’…ma perché non può nascere qui, sul lettone in camera mia, tra le mie cose che m’infondono serenità, mentre il primogenito dorme nella cameretta a fianco? No, no, bisogna correre in ospedale, che non è nemmeno tanto vicino, mi esorta mio marito con il suo solito pragmatismo.
Per fortuna.
Il fatto che sia pomeriggio mi rassicura, la luce del giorno non infonde ansia come la penombra ospedaliera notturna, almeno per me. In macchina Mirko mi parla della sua serata trascorsa con un caro amico. Io lo ascolto tra una contrazione e l’altra, e riesco anche a fare dei commenti sensati. Ormai sono ogni 10 minuti, sarei stata una pazza incosciente a rimanere ancora a casa!
Un colpo di fortuna e troviamo parcheggio vicino all’entrata. Sul vialetto mi fermo due o tre volte per il dolore e mi aggrappo al cancello.
Subito il monitoraggio. Siamo in tre, ma io sono l’unica con le contrazioni e non riesco a stare seduta, mentre le mie compagne restano placidamente adagiate in poltrona. Ormai ci siamo, penso, non possono essere più forti di così…o non me lo ricordo più?! Dopotutto, però, sono passati solo 18 mesi…No, no, ho ragione. Quando la dottoressa mi visita, sono già dilatata di 8 cm e si corre in sala parto!
Ostetriche e ginecologa tutte giovani e gentili, parlano come se stessero prendendo un caffè al bar e mi chiamano “cara”…deve essere la tattica per non spaventare le partorienti.
Adesso sento la voglia di spingere e in meno di dieci mosse lo sento uscire per sempre da me. “Cucciolo, amore mio!”, gli dico mentre cerca il mio seno per la prima volta.
Inizia una grande, elettrizzante avventura.
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Adele
Foto di arztsamui

 

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