Il genitore che allena alle emozioni

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Lo sai che cosa può predire che tuo figlio avrà una vita felice? Non il suo QI, bensì il suo QE, cioè il suo quoziente emotivo.

Una buona intelligenza emotiva è fondamentale per vivere bene. La capacità di automotivarsi, di non abbattersi dopo un insuccesso, l’ottimismo, la capacità di comprendere le proprie emozioni e gestirle, l’empatia, sono doti che ci faranno affrontare la vita in modo più sereno ed equilibrato, quindi più felice.

L’intelligenza emotiva va stimolata in tuo figlio, fin da quando è piccolo.

È chiaro che tutti i genitori desiderano essere vicino ai figli, saperli proteggere, sostenere, stimolare; vogliono insegnargli a gestire i problemi e instaurare relazioni forti, sane e profonde con gli altri.

Tuttavia,

“C’è una grande differenza tra voler fare la cosa giusta per i propri figli e avere davvero le risorse per farlo.”

J. Gottman

Per essere un buon genitore, o meglio un genitore efficace, sono convinta che l’amore, da solo, non basta; l’istinto, da solo, non basta; l’intelligenza, neppure.

Bisogna sapere cosa fare, e farlo bene. Quando tuo figlio è triste, arrabbiato o deluso, per esempio, ha molto bisogno di te.

Tu sai cosa fare per aiutarlo ad affrontare queste emozioni? In che modo puoi porti nei confronti delle emozioni di tuo figlio? È un atteggiamento efficace, che lo aiuta davvero?

John Gottman, in Intelligenza Emotiva per un figlio, ne riconosce quattro:

1. I genitori noncuranti che, appunto, non si curano delle emozioni negative dei figli, le ignorano, sminuiscono o sottovalutano.

2. I genitori censori, che criticano e censurano le emozioni negative, arrivando anche a sgridare o punire i figli quando le esprimono.

3. I genitori lassisti, che riescono a essere empatici verso i figli, ad accettare le loro emozioni negative, ma che, nonostante questo, non riescono a essere per loro una guida in campo emotivo e non sanno porre limiti al loro comportamento.

Ci sono tanti genitori affettuosi, positivi e attenti, che però non sanno interagire con le emozioni negative dei figli e quindi non sanno insegnare loro l’intelligenza emotiva, probabilmente perché loro, in prima persona, non l’hanno sviluppata in modo adeguato.

Cosa significa per un genitore essere emotivamente intelligente? Significa essere consapevoli delle emozioni dei figli, saper empatizzare con loro, rassicurarli e guidarli.

Genitori così sono quelli che Gottman chiama “genitori allenatori“, capaci di allenare emotivamente i figli e insegnare loro ad affrontare gli inevitabili alti e bassi della vita.

Sono genitori che accettano le emozioni negative dei figli, perché fanno parte della vita; non le sminuiscono, non le ignorano e non le criticano. Sanno cogliere nei momenti bui dei figli l’opportunità di stargli più vicino e di insegnare loro qualcosa sulle emozioni che stanno provando, oltre a rafforzare il loro rapporto.

Facciamo un esempio pratico e vediamo come i diversi tipi di genitore reagirebbero di fronte alla situazione in cui un figlio protesta con forza perché non vuole andare all’asilo:

1. Il genitore noncurante gli direbbe che il suo atteggiamento è ridicolo e che non c’è nessuna ragione per essere tristi e non voler andare all’asilo. Poi forse cercherebbe di distrarlo con un dolce o un giochino.

2. Il genitore censore, invece, sgriderebbe il figlio, gli direbbe che è stanco del suo atteggiamento non collaborativo e minaccerebbe di sculacciarlo se non la smette.

3. Il genitore lassista abbraccerebbe e coccolerebbe il figlio, empatizzando con lui. Gli direbbe che è naturale voler rimanere a casa. E poi? probabilmente non saprebbe più cosa fare: non lo minaccerebbe, ricatterebbe o picchierebbe, ma non potrebbe neppure tenerlo a casa… Forse arriverebbe al compromesso di giocare qualche minuto con lui prima di uscire.

Questo, però, non risolverebbe la situazione.

Che cosa farebbe, invece, un genitore allenatore?

Mostrerebbe sicuramente empatia per il figlio, ma poi andrebbe oltre, fornendo al figlio una guida per gestire i suoi sentimenti di tristezza. Secondo Gottman, il genitore allenatore potrebbe dire al figlio che chiede “Voglio stare a casa!” qualcosa come:

Accidenti! Penso di capire come ti senti. Ci sono certe mattine che vorrei anch’io rimanere con te, accoccolati in poltrona a guardare i libri insieme, invece di uscire di casa. Ma sai una cosa? Ho dato la parola a quelli dell’ufficio che sarei stata lì alle nove. E non posso mancare alla parola.

Alle continue lamentele del bambino poi potrebbe reagire dicendogli:

“Vieni qui, amore (lo prende in braccio). Mi spiace tanto, ma non possiamo rimanere a casa, Scommetto che è questo che ti fa arrabbiare, vero?”

“Sì”

“E sei anche un po’ triste, vero?”

“Sì”

“Anch’io sono un po’ triste ( lo lascia piangere per un po’, continuando a tenerlo stretto, e lasciando che sfoghi le lacrime). Senti che cosa facciamo. Pensiamo a domani, quando non dovremo andare al lavoro e all’asilo. Potremo trascorrere tutta la giornata insieme. Che cosa ti piacerebbe fare domani ?

“Mangiare le frittelle e guardare i cartoni!”

“Ottima idea! Nient’altro?”

“Può venire anche Paolo?”

“Forse, dobbiamo prima chiederlo alla sua mamma. Ora però è proprio ora di andare, d’accordo?”

“Vabbè”.

Che cosa fa il genitore allenatore, in sostanza?

Aiuta il figlio a dare un nome alla sensazione che prova, gli lascia il tempo di assaporarla e gli sta vicino mentre piange. Non distrae la sua attenzione da ciò che sta provando, non nega e non sminuisce i suoi sentimenti, né lo rimprovera.

Anzi, fa capire a suo figlio che comprende i suoi sentimenti, e li rispetta. Il genitore allenatore pone dei limiti; ci impiega qualche minuto in più a gestire la situazione, ma aiuta il figlio a comprendere e vivere ciò che prova, dimostrandogli che è possibile gestire la sua tristezza. A questo punto, è possibile andare oltre e guardare verso il divertimento del giorno successivo.

Quando tuo figlio vive un’emozione negativa, quello è il momento in cui ha più bisogno di te.

Tu come gestisci queste situazioni?

A presto,

Adele

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