Ascoltare i figli? A volte è meglio di no

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Ti ricordi il genitore che allena alle emozioni? Che accoglie con empatia le emozioni negative dei figli, li aiuta a dare loro un nome, gliele lascia assaporare e fa loro da guida nel gestirle?

Bene, dimenticatelo. O meglio, dimentica l’idea che sia sempre possibile presentarsi ai propri figli in questa veste, empatica e paziente. Ci avevi già pensato, vero? Già, perché l’allenamento emotivo in famiglia non può essere la panacea per tutti i mali, non può risolvere magicamente ogni situazione e, soprattutto, non può essere usato in tutti i momenti.

Perché? Perché ci sono situazioni che ne danneggerebbero l’efficacia, e in cui è meglio rimandare. Quando?

1.Quando hai poco tempo. L’ideale sarebbe fissare ogni giorno un momento particolare dedicato al dialogo con tuo figlio, senza fretta né interruzioni: prima di andare a letto, quando fa il bagnetto, quando lo accompagni a un corso… Se hai poco tempo non riesci davvero ad ascoltarlo, meglio rimandare.

2. Quando sono presenti altre persone. Mi sembra piuttosto chiaro; per costruire fiducia e intimità bisogna essere a tu per tu, in modo da parlare più sinceramente e da non mettere in imbarazzo il bambino. Questo vale anche quando devi affrontare la rivalità tra fratelli: parla con ognuno di loro singolarmente; se non è possibile, rimanda a un altro momento preciso e rispetta la promessa.

3. Quando sei troppo arrabbiata o stanca. Per praticare l’allenamento emotivo hai bisogno di pensare con chiarezza e comunicare con efficacia, cosa che non riesci a fare se sei esausta o in collera. Non avresti la pazienza e la disponibilità necessarie per ascoltare, entrare in empatia e dialogare davvero con tuo figlio. Rimanda.

4. Quando devi affrontare comportamenti particolarmente gravi, che violano esplicitamente il “codice morale” della tua famiglia. La prima cosa da fare sarebbe quella di condannare l’azione in modo deciso, ma senza mostrare disprezzo, e spiegare perché lo fai. Cerca di non trovare subito, nella tua testa, una giustificazione al comportamento di tuo figlio, e ricorda di affrontare separatamente il problema causato dall’azione e i sentimenti che l’hanno provocata.

La domanda da fare, che però non ci viene sempre spontanea, non è “Perché l’hai fatto?”, ma “Come ti sentivi quando l’hai fatto?”. C’è una bella differenza se ci pensi.

John Gottman, in “Intelligenza emotiva per un figlio“, mi ha fatto riflettere sul fatto che se tu e tuo figlio avete un autentico rapporto emotivo, la tua rabbia o la tua delusione profonda lo fanno soffrire talmente tanto che il dolore si trasforma in una forma di disciplina. Lasciarlo riflettere su quello che ha fatto, quindi, sarebbe più efficace che dargli subito una punizione severa.

5. Quando tuo figlio simula un’emozione per manipolarti. Già, a volte i bambini inscenano capricci e lamentele figurate per ottenere ciò che vogliono. Un esempio? Il bambino che piange perché non vuole che i genitori escano senza di lui, ma che appena non lo guardi smette e torna tranquillo, salvo poi aumentare il tono del pianto quando si accorge di essere osservato. Ti è mai capitato?

Insomma, siamo esseri umani e non possiamo essere genitori perfetti. Abbiamo anche noi, come i nostri figli, momenti “no” ed emozioni da gestire, che ci impediscono di essere amorevoli e pazienti con i nostri bambini. In quel caso, meglio riconoscerlo e rimandare.

Se lo spieghi in modo semplice, sereno e diretto, tuo figlio capirà. Ricorda però che se rimandi il dialogo a un altro preciso momento, la promessa va rispettata, per non intaccare la fiducia tra di voi.

Che ne pensi?

A presto,

Adele

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