Proteggere i figli, tenendo a bada l’istinto

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Ti capita mai di avere un’irrefrenabile voglia di risolvere un problema di tuo figlio, al posto suo? Lui ti racconta qualcosa che lo turba e tu sei già lì pronto a dirgli cosa deve fare, e cosa no, per gestire la situazione.

Credo sia una tendenza che noi genitori abbiamo per istinto, ed ecco perché penso che l’istinto, da solo, non basti per crescere un figlio.

Ogni volta che cerchiamo di risolvere un problema al posto loro, mettiamo in pericolo il senso di competenza che stanno sviluppando. Se risolviamo tutti i loro problemi, i figli resteranno sempre dipendenti da noi.

K. Ginsburg

In certi casi, la cosa migliore da fare è..toglierci di mezzo, non intervenire e quindi non interferire.

Che cosa ti impedisce di farlo? Spesso si tratta di un allarme che ti risuona nella testa, quella sensazione che nasce quando percepisci che tuo figlio potrebbe essere nei guai. Kenneth Ginsburg lo chiama “Parent alarm”, “Allarme genitoriale”; non appena scatta, immediatamente ti lanci in prescrizioni e limiti che impediscano al bambino di avvicinarsi a situazioni pericolose.

Il problema è che l’allarme può diventare un ostacolo per la comunicazione…

Davanti a un adolescente che ti dice “Mamma, ho conosciuto una ragazza…”, scatta l’allarme: “Sei troppo giovane per fidanzarti!” ed ecco che hai perso l’opportunità di parlare con tuo figlio di sentimenti, sessualità e rispetto per gli altri all’interno di una relazione.

Oppure, con un ragazzo che ti dice “Penso che i ragazzi che vivono qui di fronte fumino canne”, la reazione tipica è “Ti proibisco di frequentarli, stagli lontano!”, ed ecco che anche stavolta perdi l’occasione di discutere di droghe, pressione dei pari e specialmente del fatto che un genitore dovrebbe essere estremamente grato a un figlio che va a raccontargli una cosa del genere.

L’allarme genitoriale è una risposta rapida e istintiva che usiamo quando percepiamo un pericolo per nostro figlio. Naturalmente, in molti casi è un bene che scatti, e in quei momenti non è il caso di preoccuparci di favorire la competenza nel bambino: se devi impedire che tuo figlio di 4 anni si rovesci addosso una pentola di acqua bollente, suona l’allarme più forte che puoi e intervieni!

Stessa storia se tuo figlio adolescente è ubriaco e sta per mettersi alla guida: togligli le chiavi senza fare complimenti.

Chiaramente queste non sono lezioni che i nostri figli possono imparare da soli, a loro spese.

In molte altre situazioni, però, quando non è in gioco l’incolumità di tuo figlio, dovresti lasciare che se la sbrighi da solo.

In certi casi, non fare nulla è esattamente la cosa giusta da fare.

Perché? Perché prestare attenzione, ma non interferire, manda ai bambini un messaggio meraviglioso: “Mi fido, so che saprai gestire la situazione”.

D’accordo, ma in pratica come si fa a capire in quali situazioni è bene intervenire e in quali no?

Prima di tutto occorre stabilire di chi è il problema, di tuo figlio o tuo.

Se è del bambino, quindi riguarda qualcosa di cui lui fa esperienza indipendentemente dai genitori, come un conflitto con un amico o con un insegnante, tu come genitore faresti meglio a restarne fuori, evitando di risolvere il problema per lui. Certo puoi aiutarlo a usare le tecniche di problem-solving, o i giochi di ruolo, per guidarlo verso la soluzione, ma senza che sia tu a dargliela.

Se invece il problema riguarda te come genitore o se il comportamento di tuo figlio interferisce con la serenità della tua vita, per esempio se torna a casa sempre troppo tardi la sera, ecco che come genitore hai il diritto di prendere il controllo della situazione (per approfondire questo tema ti consiglio “Nè con le buone, nè con le cattive”, di Thomas Gordon).

Molti genitori credono di sapere perfettamente come far capire ai figli che qualcosa è sbagliato: glielo dicono! Cominciano a fare prediche sulle conseguenze negative dei comportamenti che disapprovano, con l’intento, comprensibile naturalmente, di proteggere i figli e condurli verso soluzioni immediate e “testate”, sicure.

Sai quali sono le ragioni per cui appena scatta l’allarme saltiamo su e ci affanniamo a risolvere i problemi e gli sbagli dei nostri figli?

  • Abbiamo paura che non avranno successo, se faranno da soli
  • Pensiamo che non ce la stiano mettendo davvero tutta
  • Temiano che ci deludano o che ci mettano in imbarazzo
  • Vediamo i nostri figli come riflessi di noi stessi: diventano il nostro “prodotto” e noi vogliamo che il nostro lavoro sembri perfetto
  • Ci sentiamo a disagio quando noi commettiamo degli errori, presumiamo che i nostri figli si sentano nello stesso modo e vogliamo risparmiargli questa brutta sensazione…
  • Nella nostra testa abbiamo chiari i concetti di giusto e sbagliato e non vogliamo che i nostri figli si avvicino troppo al limite di ciò che riteniamo giusto, per noi e per loro
  • Pensiamo che la critica sia la miglior guida e motivazione per i nostri figli, quindi diamo giudizi pensando che siano la chiave per spingere al miglioramento personale

Abbiamo tante credenze, tante “verità in tasca” come genitori, a cui restiamo aggrappati, in buona fede, magari perchè sono quelle di chi ha educato noi.

Potremmo provare a guardare un po’ più lontano, a svestirci del nostro “genitore automatico” e a lavorare senza pre-concetti al nostro compito più grande: rendere i nostri figli persone responsabili e indipendenti. Che ne pensi?

A presto,

Adele

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