giovedì 20 giugno 2013

Autostima 3 - 6 anni: l'opinione delle maestre dell'asilo

Per aggiornare i contenuti di "Mamma, io valgo!" e poterlo rivolgere ai genitori con bimbi fino a 6 anni, ho chiesto anche il contributo di alcune maestre della scuola dell'infanzia che frequenta Fabio, e che ringrazio di cuore :-). 
Ho posto loro alcune domande e dalle loro risposte ho tratto diversi spunti interessanti, che vorrei condividere con te, perché credo possano dare utili indicazioni anche ai genitori, educatori tra le mura domestiche...

Ecco che cosa mi hanno detto:

Che cos’è l’autostima?

“L’autostima è il sentimento che ogni individuo ha del proprio valore e delle proprie capacità. E’ la percezione di essere persone di valore, uniche e di avere le capacità giuste per affrontare le situazioni.

L’autostima in un bambino della scuola dell’ infanzia è molto più suscettibile alle variazioni e inoltre la stima che i bambini hanno di sé può variare notevolmente da un campo all’ altro. Un bambino può, ad esempio, sapere di essere molto bravo nel colorare e avere quindi un’ alta autostima in questo campo, ma avere qualche difficoltà nel disegno e quando si trova in questa situazione assumere atteggiamenti tipici di chi ha una bassa autostima. 

I bambini della scuola dell’infanzia fanno molta attenzione alla reazione dell’adulto e mostrano sempre più il bisogno dell’approvazione dell’insegnante: “ti piace?” “è bello?” e a volte anche “ti va bene?” a cui bisognerebbe rispondere “a TE va bene? a TE piace questo disegno o lavoro che hai fatto?deve prima piacere a TE!!”

I fattori genetici svolgono un ruolo significativo, ma le caratteristiche innate di un bambino sappiamo che si intrecciano con le esperienze di vita ed è l’insieme che produce la percezione del sé.
In riferimento a bambini di 3-4-5 anni più che di autostima parlerei di autoefficacia e cioè il sapere di saper fare, la consapevolezza delle proprie capacità che viene sviluppata con l’esperienza proprio perché è facendo che il bambino si rende conto di ciò che sa fare senza problemi e di ciò che sa fare in parte o con difficoltà.

Quali comportamenti manifestano i bambini con un buon livello di autostima?

  •  Scelgono da soli di far giochi impegnativi;
  • Non assumono atteggiamenti di rifiuto e non piangono di fronte ai diversi compiti assegnati dall’insegnante (fare un disegno dettato, colorare negli spazi ….);
  • Non dicono subito ”non lo so fare!” ma provano sempre da soli mettendoci in massimo impegno e nel momento in cui il risultato non è dei migliori, sono disposti ad ammetterlo senza grandi tragedie;
  • Si impegnano molto in ogni cosa che fanno e portano a termine sempre tutti i loro lavori o i giochi cominciati.;
  • Nel parlare questi bambini hanno idee e aspirazioni molto ambiziose, anche per quanto riguarda il lavoro che vorrebbero fare da grandi;
  • Reagiscono positivamente di fronte ai fallimenti e agli sbagli;
  • Accettano il NO dell’insegnante senza traumi, magari chiedendo spiegazioni;
  • Sono in grado di accettare il rifiuto di un compagno che non vuole giocare con lui, scegliendo di andare a fare un gioco con un altro bambino;
  • Sono aperti al dialogo ma anche fermi e convinti delle proprie idee e discutono con i compagni per far valere i propri diritti o il proprio ruolo all’interno di un gioco;
  • Di fronte ad una nuova richiesta dell’insegnante non vanno in ansia, non piangono e non chiedono continuamente l’aiuto."

Come si comportano invece i bambini con scarsa autostima?

  • Ricorrono spesso al pianto di fronte alla novità;
  • Tendono a sfuggire davanti ad un compito complesso con atteggiamenti di rifiuto;
  • Hanno un basso livello di aspirazione e non accennano mai ad una cosa “strana” o “ad alto rischio” che vorrebbero fare;
  •  Ad un compito assegnato dimostrano scarso interesse e si dimostrano annoiati;
  • Come si presenta un problema rinunciano precocemente;
  • Alcuni di questi bambini sembrano frustrati in queste situazioni e a volte l’insegnante fatica a cessare il loro inconsolabile pianto;
  • Sono tendenzialmente passivi (nel gioco con i compagni, all’interno di una discussione in classe …);
  • Non litigano e non dissentono quasi mai e spesso si fanno sottomettere dagli altri bambini;
  • Accettano le decisioni prese dagli altri senza controbattere;
  •  Solo in pochissime occasioni esprimono le loro idee;
  • Hanno paura di sbagliare e per questo copiano spesso gli altri bambini.”

Quali strategie usate voi maestre per favorire l’autostima nei bambini?

“Per favorire una buona autostima in primis l’insegnante dovrebbe dare uguale importanza a lodi e rimproveri. Spesso si tende a sottolineare gli sbagli o i comportamenti negativi dei bambini, considerando normali quelli positivi. E’ invece indispensabile elogiare sempre il bambino quando fa qualcosa di buono, termina con successo un compito assegnato, fa un bel gioco ecc ….
Il bambino capisce in questo modo di essere bravo a fare delle cose e tenderà a dare meno importanza alle cose che non sa fare.

L’insegnante e i genitori aiuteranno il bambino a sottolineare tutte le cose belle che sa fare, precisando che le persone sono tutte diverse e ognuno ha le proprie caratteristiche e non è necessario saper fare tutto.
All’interno della sezione ogni bambino assumerà così importanza per ciò che sa fare meglio. Ciò facendo gli altri bambini lo ammireranno per questo e lui aumenterà la propria autostima.

Altra cosa importante è incoraggiare il bambino a riprovare. Aver sbagliato non significa necessariamente non saper fare quella cosa, è utile provare e riprovare. Spiegare al bambino che ci vuole del tempo per imparare. Possiamo anche affiancarci al bambino per aiutarlo ma non dicendogli “Ti aiuto io!” ma chiedendogli “Lo facciamo insieme?”. 

Il bambino per capire cosa sa fare meglio deve poter sperimentare e quindi provare a fare tante cose diverse. In questo modo capirà le proprie attitudini e le debolezze. In ogni caso deve sempre sentirsi amato e apprezzato per ciò che è e non per ciò che sa fare. L’autostima va di pari passo con l’emotività e il rapporto affettivo che il bambino instaura con la sua famiglia, insegnanti, amici e tutte le persone che lo circondano.”

E, se vuoi saperne di più su "Mamma, io valgo!", clicca qui.

A presto,

Adele




martedì 11 giugno 2013

Come favorire l'autostima nei bambini da 0 a 6 anni

"Mamma, io valgo!" Come favorire l'autostima di tuo figlio da 0 a 6 anni e  aiutarlo a sviluppare una personalità vincente.
I bambini crescono, cambiano, e i genitori con loro.

Marco ha da poco compiuto due anni e in pochi mesi si è trasformato. Da una serie di parole sconnesse, che richiedevano un certo sforzo di interpretazione, a frasi perfettamente comprensibili; dal salire le scale traballante a un incedere sicuro; dai continui dispetti al fratello maggiore alla voglia di giocare con lui; dall'espressione di bisogni e desideri in modo confuso a uno stile comunicativo decisamente assertivo :-).

Fabio ha quasi quattro anni e da quando ne ha compiuti tre e ha iniziato a frequentare la scuola dell'infanzia è diventato davvero un ometto. Ha scoperto e si è adattato pian piano a una nuova organizzazione della giornata e a nuovi adulti di riferimento - le maestre -; ha scoperto l'amicizia con i suoi coetanei; ha imparato nuove parole e modi diversi di giocare; si è reso più autonomo nelle sue faccende ( anche se a casa vuole farsi coccolare un po'), e ogni giorno usa la fantasia per costruire un mondo fantastico, in cui inventare storie e giocare.

Crescendo, i bambini manifestano nuovi bisogni e desideri. Assumono nuovi atteggiamenti e modi di comunicare, ci coinvolgono in nuove esperienze e modi di entrare in relazione con loro.

E noi?

Dobbiamo adeguarci, comprendere le loro esigenze e impegnarci a cambiare, insieme a loro.

Sapere che cosa possiamo aspettarci dai nostri bambini, in quale fase dello sviluppo si trovano e cosa caratterizza normalmente questa fase ci aiuta a calibrare le nostre reazioni a tutto ciò che i bambini sono e fanno, ci fa capire quando e come aggiustare il tiro.

Ci aiuta a favorire nei nostri figli lo sviluppo di risorse personali molto preziose.
Come l'autostima, il tema che tanto mi appassiona e di cui ho scritto in "Mamma, io valgo!".

E visto che i miei bambini stanno crescendo, e io con loro, è arrivato il momento di aggiornare i contenuti dell'ebook.
Da oggi, quindi, "Mamma, io valgo!" non si ferma più al compimento del terzo anno di età, ma è rivolto ai genitori con bambini da 0 a 6 anni, dalla culla alla scuola primaria. Un periodo definito "età dell'oro", per l'importanza che riveste nello sviluppo della propria personalità.

Un periodo in cui tu, genitore, puoi fare moltissimo, fin dai primi momenti in cui tieni in braccio il tuo bambino.

Tuo figlio si vede riflesso in te. Sei tu che guidi la sua percezione del mondo e di se stesso. Ti rendi conto dell'importanza del tuo ruolo??? :-).

Se hai già acquistato "Mamma, io valgo!" in versione 0-3 anni, riceverai prestissimo l'aggiornamento - totalmente gratuito - nella tua casella di posta elettronica. 
Se, invece, ancora non l'hai fatto e desideri saperne di più, ti consiglio di leggere qui.


"Un bambino, quando viene al mondo, 
non ha né un passato né esperienze da cui trarre indicazioni 
per gestire se stesso,
nessuna scala grazie a cui giudicare le sue capacità.
Deve basarsi sulle esperienze che ha con le persone che gli stanno intorno,
e sui messaggi che esse gli inviano riguardo al suo valore come persona."

Virginia Satir, 1972

A  presto,


venerdì 7 giugno 2013

Quelli che...hanno figli

Non sono una persona che "fa gruppo" facilmente. Io prima devo osservare, studiare la situazione, percepire se c'è una porta da cui entrare senza essere notata troppo. Insomma, solitamente mi pongo tutta una serie di questioni, spesso inutilmente, lo riconosco, che rendono difficoltoso il mio ingresso ufficiale nel gruppo in questione e che inevitabilmente rallentano la conoscenza di nuove persone.

In un gruppo in particolare, tuttavia, mi ci sono ritrovata così, naturalmente e senza preavviso, senza poter effettuare nessun sopralluogo e senza perdermi in elucubrazioni mentali per decidere se entrarci o meno: il gruppo dei genitori. 

Detto così suona anche bene, identifica un ruolo tanto complicato quanto essenziale, un'attività "socialmente utile". Racchiude in sé diverse categorie: le mamme del parco, le mamme dell'asilo, della scuola, quelle della piscina o del basket, i papà presenti e i papà della domenica, i genitori presenzialisti e gli assenteisti, gli incasinati e gli organizzati. Tutto bene, fin qui. 

Tutto bene, se non fosse che in alcune circostanze il gruppo dei genitori diventa il gruppo di "quelli che hanno figli", naturalmente contrapposto a quelli che non ne hanno. Forse non sono gruppi contrapposti, ma solo paralleli. Due linee destinate a non incontrarsi mai.

Siamo stati invitati a una serata organizzata da una coppia di amici per distribuire gli inviti al loro matrimonio. Nè i futuri sposi né gli altri partecipanti alla serata hanno figli.

L'idea è quella di trovarsi a casa loro per un lungo aperitivo in casa o giardino se il tempo lo permette e io penso "Bene, così i bambini possono scorrazzare un po' giro e quando è ora della nanna ce ne andiamo senza dar fastidio a nessuno." Nessun problema, quindi.

Quasi casualmente vengo a sapere che i programmi sono cambiati e che invece si andrà al ristorante, prenotato per le nove di sera. Le nove, l'ora in cui i pargoli vanno a letto. Al ristorante, il luogo che con i bambini evito come la peste, se non in occasioni super eccezionali, perché spesso affollato e con poco spazio per muoversi, quindi fonte di nervosismo e stress per i bimbi e per noi.

L'unica possibilità sarebbe lasciare a casa i bambini, ma quella sera non ho nessuno che possa stare con loro e quindi spiego alla mia amica che a malincuore noi dovremo rinunciare. 

Poco male, ci sarà di sicuro un'altra occasione per ricevere l'invito. Il problema, infatti, non è rinunciare alla serata, ma il fatto che improvvisamente mi sono sentita "quella che ha i figli", cioè un peso.
L'amarezza deriva dal fatto che gli altri amici sono stati interpellati per scegliere un posto in cui andare, noi no, e dal fatto che ho scoperto la variazione del programma per caso, quando ho mandato un messaggio per chiedere conferma  della serata.

Capisco benissimo che è complicato tenere conto delle esigenze di tutti, che è impossibile cambiare data e che la scelta del ristorante è stata dettata dal fatto che siamo in tanti e a casa si starebbe stretti, ma è mancata la comunicazione, il contatto tra "quelli che hanno figli" e quelli che non ne hanno. E' mancata l'attenzione alle esigenze di chi ha due bambini piccoli, e al fatto che non è sempre scontato che possano essere lasciati a casa.

Se fossi stata avvisata per tempo avrei avuto la consapevolezza di essere stata considerata anche come genitore, e non solo come amica. Non sarei potuta andare ugualmente, ma questa piccola delusione non ci sarebbe.

E non è l'unico caso! Sempre a proposito di matrimoni, un'altra coppia di amici vorrebbe radunarci tutti a circa 100 km di distanza da qui per una grigliata in cui distribuire questi benedetti inviti...Tra l'altro in una casa non abitata e quindi priva di ogni comodità. Indovinate chi non ci andrà? 

Non è che voglio fare la difficile, ma le esigenze dei miei bambini non posso e non voglio metterle fuori dalla porta! 

Tra gli amici che frequentiamo di più siamo gli unici con figli ed è probabilmente per questo che i senza prole non colgono le esigenze diverse che abbiamo ora. In teoria uno se le immagina, ma la pratica può essere molto diversa.

In realtà, però, mi chiedo "Io mi comporterei così?" 
E, scusate, ma la risposta è no. 
Io avrei chiamato la mia amica con figli, se non per interpellarla, almeno per spiegarle che per alcune ragioni avevamo deciso di cambiare programmi e che mi rendevo conto che questo poteva comportarle dei problemi.
Io avrei tenuto conto della realtà che vive un'amica con bambini piccoli, e in effetti l'ho fatto, quando di figli non ne avevo. Avrei magari proposto per noi un'altra situazione in cui incontrarci, più a misura di genitore, oppure le avrei chiesto se aveva la possibilità di lasciare a casa i bambini e venire al ristorante con noi.

Piccole attenzioni che ti fanno sentire di appartenere al gruppo "amici genitori" e non al gruppo, un po' fastidioso, di "quelli con figli".

A presto,

Adele



mercoledì 5 giugno 2013

Ogni cosa è imperfetta

Una mamma imperfetta | Corriere TV

Se sei una mamma, leggi il mio blog, segui la webserie "Una mamma IMperfetta" su corriere.it, hai sicuramente familiarità con il concetto di imperfezione. Ma anche se non sei mamma, sei capitato qui per caso e non hai mai visto una puntata di "Una mamma IMperfetta", sicuramente sai di cosa sto parlando.

Sì, perché l'imperfezione riguarda tutti e tutto.

Siamo imperfetti in ogni tratto della nostra personalità, e nel suo contrario: nella testardaggine come nell'arrendevolezza, nella mania per l'ordine come nel disordine cronico, nella pignoleria come nella noncuranza, nella velocità come nella lentezza. 

Anche le situazioni che viviamo non sono mai del tutto perfette, nemmeno  o forse soprattutto quando ci aspettavamo che lo fossero: una vacanza, il nostro matrimonio, il giorno in cui è nato nostro figlio. Momenti molto felici, per carità, ma con possibili risvolti che magari non avevamo considerato: la pioggia al mare, l'abito da sposa strappato, la stanchezza dopo il parto, il dolore dei punti, il senso di inadeguatezza.

Sì, il senso d'inadeguatezza è sempre in agguato. Magari non durante una vacanza, ma nella vita di tutti i giorni è sempre lì, accucciato, pronto a colpirci. 

Perché? Perché abbiamo la sensazione di non riuscire mai a fare tutto, e a farlo bene, per lo meno per i nostri canoni. 
Perché ripensiamo a una conversazione importante e ci accorgiamo che le parole giuste da dire ci vengono in mente solo ora, a posteriori.
Perché spiamo nella vita degli altri e ci sembra di non vedere tutto quel casino che è così lampante nella nostra. 

Quando invece andiamo un po' più in profondità e ci accorgiamo che anche gli altri si barcamenano tra mille cose, in modo non proprio perfetto, allora tiriamo un bel respiro di sollievo e ci consoliamo.

Ho così tanti tratti del mio carattere da aggiustare e così tante cose che potrei fare meglio che non le conto...

Il problema, però, secondo me non è questo. L'imperfezione è una nostra compagna di vita, e lo sarà sempre. 

E allora diamo il benvenuto a questa imperfezione, perché in realtà è una grande dote! Se siamo imperfetti e lo riconosciamo, abbiamo un bel vantaggio: l'opportunità di migliorare. Che non significa diventare perfetti, ma concentrarsi magari sugli aspetti che riteniamo più importanti e lavorarci su, per stare meglio con noi stessi e sentirci meno inadeguati. Per essere più sereni e affrontare senza troppo stress le situazioni e le giornate che non vanno proprio come dovrebbero.

Perché secondo me l'imperfezione, così come la bellezza, sta negli occhi di chi guarda.

Intendo dire che se stiamo vivendo la vita che desideriamo, pur tra le acrobazie quotidiane, ci faremo una ragione delle imperfezioni, e magari ci rideremo su. Se stiamo bene, svolgiamo una professione che ci appassiona, siamo casalinghe contente di esserlo, viviamo relazioni che ci appagano, abbiamo il sostegno di chi ci vuole bene, saremo sufficientemente sereni per convivere con la nostra inevitabile imperfezione.

Il problema vero nasce quando questa serenità di fondo manca, e tutto ciò che va storto ci paralizza, ci abbatte, ci toglie ogni giorno un po' di fiducia in noi stessi e negli altri.

Per affrontare l'imperfezione della vita ci serve serenità interiore, ed è sulla sua ricerca che credo si debba lavorare, non sull'eliminazione delle imperfezioni, tra l'altro impossibile!

Per qualcuno di noi sarà più semplice trovarla, per altri meno. Io ci sto provando seriamente, a costruirmi la vita che desidero, e non è proprio una passeggiata. Ma non possiamo lasciarci sfuggire l'occasione di provarci, qualunque sia quello che vogliamo dalla nostra vita. Per poter davvero sorridere di noi e delle imperfezioni, senza angoscia.

Perché se è vero che la vita ci conduce su strade impreviste, siamo pur sempre noi che guidiamo :-)

A presto,

Adele





lunedì 27 maggio 2013

Riprenditi i tuoi sogni

Non so esattamente quanto duri il senso di attaccamento esclusivo con tuo figlio, la sensazione di essere un tutt'uno con lui, di vivere in funzione pressoché esclusiva del tuo ruolo di mamma. C'è chi dice qualche mese, c'è chi dice qualche anno. Un periodo in cui sei mamma, punto. Vivi anche altri ruoli, naturalmente, ma senza esservi pienamente coinvolta, o comunque non più come prima di avere figli. 

Certo, diventare mamma ti sconvolge, ti ribalta la vita, e non credo che potrai mai tornare ad essere esattamente quella che eri prima, perché adesso sei molto di più. Sei così tanto di più che quest'abbondanza del tuo essere per un po' ti invade completamente, e ti sembra non lasciare spazio per altro.

Anche io spesso mi sento così. Ancora adesso, che i bambini hanno tre anni e mezzo e due anni. La maternità, però, mi ha regalato molto di più di due - per me splendidi - bambini. Mi ha donato una nuova prospettiva sulle persone e sulle cose, e ha rimescolato le mie priorità, mettendo al centro non solo i miei figli, ma anche me stessa.

Si potrebbe pensare che sia naturale pensare di più a se stesse quando non si hanno figli e si ha più tempo materiale da dedicare alle proprie faccende. A parte il fatto che il tempo dedicato o passato con i miei figli io lo considero a pieno titolo anche "tempo per me", l'essere mamma ha dato inizio ad un periodo in cui ho cominciato a pensare a me stessa in modo diverso, e decisamente più approfondito rispetto a quanto facessi prima.

Continuo a leggere ovunque che l'importante non è tanto che la mamma stia sempre con il proprio bambino, ma che sia serena e soddisfatta di se stessa, anche fuori casa. Il che è verissimo. Quello che però non mi quadra è che si dipinga il rientro al lavoro come il fatidico momento in cui la mamma può finalmente vivere un altro ruolo, che la soddisfa e la fa sentire realizzata, e che le permette di portare serenità nel rapporto con il suo bambino.

Ora, se hai un lavoro che ti piace e che ti fa sentire davvero realizzata e soddisfatta, ben venga. Ci saranno magari i soliti sensi di colpa che ci attanagliano quando lasciamo i nostri bambini troppe ore in mani non nostre, ma il tutto è tollerabile e a fine giornata abbiamo ancora tanto entusiasmo da condividere con i nostri figli. 
Ma se hai un lavoro che non ti piace, in un ambiente che magari non è il massimo, e che hai sempre svolto bene ma senza troppa convinzione, solo per portare a casa uno stipendio...quale serenità puoi trasferire ai tuoi figli quando rientri a casa, magari la sera?! Quanto ti peserà ricominciare?

Ora, non sto dicendo che si debba buttare al vento il lavoro, soprattutto se ci è necessario per vivere... Credo però che tu possa sfruttare il tempo della maternità per ripensare a te stessa in altri termini. Per tirare fuori dal famoso cassetto i tuoi sogni e provare a trasformarli in obiettivi concreti, raggiungibili.

Provarci.

Pensare alle tue passioni, alle attività che più ti entusiasmano o che ti sarebbe sempre piaciuto intraprendere. Magari cominciando poco alla volta, e magari trasformandole in qualcosa di più che un passatempo.

Io ho ritirato fuori la mia passione per la scrittura, la lettura, lo studio, la ricerca di informazioni su ciò che m'interessa e l'ho applicata al tema che prepotentemente domina ora nella mia vita e che tanto mi entusiasma: la crescita dei miei figli. Il mio voler passare più tempo possibile con i miei bambini, il mio sentirmi imperfetta con il desiderio di migliorare e la voglia di condividere ha fatto nascere il mio blog, il mio primo ebook, e sta facendo nascere altri progetti di cui presto vi dirò di più :-).

Gli altri mi hanno sempre riconosciuto la capacità di scrivere, raccontare, spiegare in modo chiaro e semplice, e a me è sempre piaciuto farlo.
Mi sono reinventata, senza buttare via la mia vecchia me, ma dandole una bella spinta per evolvere. 

Perché, sarà una banalità, ma la vita è davvero una sola, scorre veloce, e i tuoi figli che crescono davanti ai tuoi occhi te lo dimostrano ogni giorno.
Non sprechiamola a fare - solo - quello che non ci piace! 

Se dopo la maternità hai voglia di ritornare al tuo lavoro di sempre, sei davvero fortunata. Se, come tante mamme con cui ho parlato, ricominciare a lavorare ti permetterà di "riposarti" un po', perché a casa con i bambini è un delirio, ben venga!
Ma se non sei soddisfatta, impegnati a scoprire cosa davvero ti piace e ti appaga, e dedicaci del tempo. Potrai essere una mamma più serena, e magari scoprirai che partendo dai sogni e dalle passioni si possono cominciare a introdurre piccoli ma significativi cambiamenti nella tua vita. 

O grandi cambiamenti. Sta a te, sta a noi!

A presto,

Adele